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Ma davvero c’è ancora chi tiene i risparmi sul conto corrente?

Ma davvero c’è ancora chi tiene i risparmi sul conto corrente?

Pubblicato Mar 11 Maggio 2021 - 18:29 da Stefano Bonini Tag: Borsa

Il popolo italico è forse quello culturalmente più avanzato, in termini classici, ma secondo tutti gli studi siamo tra i Paesi meno sviluppati in termini di cultura finanziaria.

 

Un report di S&P Global riporta che l’Italia, insieme al Portogallo, sarebbe il Paese con la più bassa percentuale di adulti con adeguata cultura finanziaria (meno di 1 su 4).

 

Ho amici, stimati professionisti, che non conoscono la differenza tra obbligazione ordinaria e subordinata e che fanno fatica a capire che investendo su certi asset sia possibile anche perdere del denaro.

 

Del resto, c’è poco da stupirsi dato che persino alla mia compagna (laureata in Economia in Bocconi) non sono ancora del tutto chiare le modalità di rimborso che si hanno pagando con un Bancomat rispetto a farlo con una Carta di Credito.

 

In un periodo in cui i mercati finanziari stanno toccando i loro massimi, l’incertezza derivante dalla pandemia e dalla crisi economica guida le scelte di tanti risparmiatori che preferiscono lasciare il proprio denaro nei conti correnti.

 

In un periodo di tassi bassi e di eccesso di liquidità sul mercato per le banche avere conti correnti gonfi è un costo ed ecco che le prime si sono già mosse annunciando che sopra determinate soglie (solitamente i fatidici 100.000 euro) applicheranno tassi negativi.

 

Qualche commentatore distratto ha semplificato rimandando tutto alla scarsa cultura finanziaria italiana, dimenticando di dare un occhio a cosa succede anche negli altri Paesi dell’Unione, dove quasi ovunque ci sono banche che continuano a prendere provvedimenti rispetto alla montagna di liquidità che si sta accumulando sui conti correnti dei clienti.

 

Quella che ha fatto più notizia è la danese Danske Bank, che nei giorni scorsi ha annunciato che abbasserà a circa 13.500 euro il limite per l’applicazione di tassi di interesse negativi ai depositi.

 

Con tassi interbancari negativi la liquidità è costosa e assottiglia il margine di interesse delle banche.

 

Parlavo oggi con l’amministratore delegato di uno dei principali conglomerati finanziari italiani il quale mi raccontava che questa cosa fa notizia in Europa perché per noi è una novità, mentre quando lavorava in Giappone 20 anni fa la pratica dei tassi negativi era una costante di tutte le banche.

 

La cosa che in realtà dovrebbe far pensare è che se le banche di tutta Europa iniziano questo tipo di manovre significa che non si vedono segnali di cambiamento sui tassi interbancari, almeno nel medio periodo.



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