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L’analisi tecnica come atto di fede?

L’analisi tecnica come atto di fede?

Pubblicato Ven 19 Marzo 2021 - 17:48 da Arianna Mantovani Tag: Borsa

 

A volte ho l’impressione che quando si parla di analisi tecnica si stia parlando di una sorta di religione nella quale credere o meno.

C’è chi crede e ha fede nella sua esistenza e validità, c’è chi invece non ci crede affatto e poi c’è chi come San Tommaso finché non vede non…

Ma veniamo ai fatti.

L’analisi tecnica nasce come una metodologia  pratica all’interno di un contesto filosofico  che vede al centro il positivismo di fine 1900 con il suo procedere secondo sperimentazione empirica della realtà, assegnandone una veridicità pari, se non superiore rispetto alla pura teoria accademica.

L’analisi tecnica quindi è figlia di un contesto empirico nel quale però risultava molto difficile dimostrarne la bontà statistica, principalmente a causa della mancanza di strumenti che potessero aiutare a tale scopo: computer e dati sui mercati finanziari  in primis.

Gli studiosi di analisi tecnica dell’epoca si basavano  ciecamente sulla loro esperienza quotidiana non suffragata dalla statistica e in 100 anni ovviamente l’analisi tecnica ha raccolto anche il peggio dei mercati finanziari, risultato di una contaminazione naturale che divideva coloro che attuavano in buona fede questa metodologia e chi invece la applicava in maniera più ambigua e truffaldina.

Questo ha portato ad avere uno scollamento negli anni molto evidente tra mondo accademico-scientifico e analisti tecnici che applicavano tutti i giorni l’analisi tecnica e ne traevano vantaggio economico.

I primi gridavano alla non piena dimostrabilità del metodo, mentre i secondi asserivano il contrario con i loro risultati sul campo.

Questa annosa diatriba cominciò a dipanarsi con l’avvento dei computer, negli anni ’90, che attraverso programmi statistici e la possibilità di raccogliere, catalogare ed incrociare i dati tra loro, diedero più credito all’analisi tecnica, portando sotto la lente imparziale della tecnologia ciò che effettivamente funzionava e ciò che invece non funzionava di tale metodologia.

Ma veniamo ai giorni nostri…

il dibattito rimane ancora infuocato tra professori universitari che pur di non pronunciare la parola “analisi tecnica”  si trincerano dietro al buon nome di “finanza comportamentale” e chi invece come Andrew Lo, professore del Massachussets  Institute of Technology ne da una dignità scientifica importante.

Un dibattito, superato, lungo un secolo dunque che ha portato ad un compromesso significativo, soprattutto per chi opera costantemente con l’analisi tecnica sui mercati finanziari: grazie ad importanti endorsement come quello del professor Lo e di tanti altri, oggi non è più peccato dire che si è analisti tecnici.

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