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Cosa è il money  management: PARTE 1 di 2

Cosa è il money management: PARTE 1 di 2

Pubblicato Gio 24 Marzo 2016 - 17:25 da La redazione Tag: Borsa

Money management: “le chiavi della cassaforte”. Così lo definisce Larry Williams nel suo celeberrimo libro dal titolo “I segreti del trading di breve termine”. Eppure noi sul sito www.emiliotomasini.it non ne parliamo e quando il cliente ci chiede "quanto debbo investire sui vostri segnali" rispondiamo inevitabilmente "provi con poco per poi arrivare ad una cifra che sia significativa per Lei". Questo perché il money management dipende dal proprio profilo di rischio rendimento, il resto non conta. E soprattutto non è il mestiere che può fare un giornale.

 

Perché il money management è così importante? Per capire questo concetto bisogna partire dall’abc degli investimenti. Dal momento che il nostro capitale è limitato e investire in Borsa significa prendere decisioni in condizioni di incertezza, il rischio principale a cui possiamo andare incontro è quello di scoprire, dopo un certo periodo di tempo, che abbiamo impiegato il nostro denaro in modo non ottimale. Adottare un corretto money management significa proprio adottare criteri scientifici e ragionati per utilizzare il proprio denaro nel modo migliore possibile alla luce delle informazioni disponibili al momento in cui si devono prendere decisioni di investimento. In altri termini, il money management è l’insieme delle tecniche rivolte alla massimizzazione del rendimento ponderato sul rischio: come massimizzare il profitto sul capitale disponibile.

 

Il money management viene spesso associato ad un altro componente del trading, quasi fossero sinonimi: il risk management. Si tratta in effetti di due argomenti strettamente connessi, ma comunque differenti. Il risk management attiene infatti alla gestione delle perdite, mentre il money management attiene alla scelta della quantità di capitale che è meglio allocare ad ogni singola operazione per ottimizzare l’utilizzo del proprio denaro.

 

L’argomento money management richiede una trattazione piuttosto lunga e articolata, perciò lo suddivideremo in diversi articoli. Inoltre è tanto importante quanto complesso, perciò preparatevi ad una lettura che richiede tutta la vostra attenzione.

 

 

Ad oggi sono state coniate molteplici metodologie di money management; qui presenteremo le tipologie più diffuse: fixed amount, martingala, anti-martingala, fixed fractional, formula di Kelly.

 

Per comprendere l’importanza e la portata del money management è necessario introdurre diversi altri concetti, perciò non stupitevi se la trattazione in alcuni momenti sembrerà prendere strade diverse: in effetti, come scoprirete, è tutto strettamente collegato.

 

Una premessa prima di procedere: sebbene le tecniche di money management che illustreremo si applichino a qualsiasi mercato, la loro implementazione pratica richiede alcuni aggiustamenti a seconda degli strumenti su cui si investe. Nel campo dei futures, ad esempio, dove i lotti dei contratti sono standardizzati e quindi si è costretti a negoziare quantità predefinite di strumenti, il discorso è un po’ più complesso di quanto non lo sia già nel campo delle azioni, nel quale saranno ambientati tutti i concetti che vedremo in questa sede. Accenneremo a queste problematiche alla fine, per completezza di esposizione.

 

Supponiamo di disporre di un capitale di ventimila euro, e di voler investire su un unico titolo azionario, per semplicità. Gli esempi che seguono riportano tutti i risultati dell’applicazione delle varie tecniche di money management ad un sistema di trading molto banale – un cross tra prezzo e media mobile semplice – che opera solo long sul titolo  Autostrada Torino-Milano, lungo un periodo temporale di una decina d’anni.

 

La prima domanda che dovremmo porci nel momento in cui volessimo adottare la strategia di cui sopra in reale sarebbe questa: quanto capitale sarebbe ragionevole investire in ogni operazione?

Non è affatto una domanda banale. In effetti, per rispondere ad essa dobbiamo prima porcene un’altra: possiamo prevedere il rischio dell’operazione che stiamo per fare? La risposta è negativa, ovviamente, perciò in linea teorica ogni operazione che faremo avrà un esito imprevedibile come per tutte le altre, quindi, a rigor di logica, dovremmo allocare ad ogni operazione lo stesso capitale. Se, infatti, decidessimo in modo arbitrario di allocare ad una operazione diecimila euro e ad un’altra operazione cinquemila euro, staremmo implicitamente associando a priori alla seconda un rischio maggiore della prima, pur non potendo sapere quanto il rischio di tale operazione potrà effettivamente essere!

 

Supponiamo allora di voler allocare sempre la stessa cifra ad ogni investimento: questo è un money management di tipo fixed amount. La domanda da un milione di euro però è quanto denaro sia ragionevole allocare a ciascuna operazione: avrebbe senso il valore di ventimila euro, cioè l’intero capitale disponibile all’inizio?

 

La risposta è “no”. Il motivo è che se la prima operazione va male, poniamo che produca una perdita di mille euro, alla seconda operazione noi non avremo più ventimila euro da investire. Quindi non potremo più applicare il criterio di money management che ci eravamo prefissi.

 

In effetti la risposta è piuttosto complessa, e per darvi risposta è necessario ipotizzare quanto, a fronte di un eventuale primo periodo sfavorevole, la nostra strategia potrebbe andare in perdita – il cosiddetto drawdown – prima di produrre utili. Questa analisi implica lo studio della strategia a livello di backtest, ossia di analisi delle performance che si sarebbero potute ottenere nel passato applicando la strategia in oggetto sul titolo in oggetto lungo un certo arco temporale.

 

Tutto ciò a sua volta implica la necessità di associare al money management prescelto anche criteri di risk e profit management, ossia di gestione delle perdite (stop loss) e dei profitti (take profit); l’associazione di questi tre concetti basilari dell’operatività di Borsa, infatti, può generare risultati molto variabili nelle proprie strategie di trading, perciò vanno considerati tutti e tre insieme.

 

In tutte le simulazioni che seguono il criterio adottato è molto banale: come si aprono posizioni quando il prezzo taglia la media mobile, si rimane in posizione finché la media mobile non taglia il prezzo, comunque vada. É la media mobile, quindi, a stabilire sia le prese di profitto che gli stop loss. In termini di money management, la quantità adottata per la simulazione del fixed amount è stata settata a diecimila euro, metà del capitale disponibile. Perché soltanto metà? Si è trattato di una scelta dettata dall’esperienza, che ci ha portati a ritenere tale quantità corretta per una prima analisi di massima. Proseguite nella lettura e lo capirete.

 

Mettendo in ordine cronologico tutte le operazioni che si sarebbero potute fare in passato in coerenza con la strategia di cui sopra, e riportando graficamente l’andamento cumulato del saldo del conto corrente – alias l’equity line – si sarebbe ottenuto il risultato seguente:

 

Figura 1 – Money management fixed amount e relativa equity line

 

I ventimila euro iniziali sarebbero diventati circa trentacinquemila, dunque, dopo aver toccato un massimo a circa trentasettemila.

 

Al di là di qualsiasi considerazione in merito all’applicabilità di questa strategia (la valutazione dei sistemi di trading è un’altra branca assai complessa, di cui eventualmente parleremo in altri articoli), il grafico in figura contiene una informazione di particolare importanza: quanto il sistema sia andato male nel suo periodo peggiore, il che è funzione delle politiche adottate in materia di setup operativo, gestione del rischio, gestione del rendimento e money management.

 

Ad un certo punto della sua storia, infatti, il sistema, applicando il money management fixed amount è arrivato a perdere circa seimila euro (da ventottomila circa a ventiduemila circa, vedi parte centrale del grafico) prima di raggiungere nuovi massimi di profitto.

 

Avrebbe funzionato dunque il money management in questo modo? La risposta giusta è “forse sì”, perché anche nel suo momento peggiore di tutti il sistema avrebbe comunque avuto a disposizione diecimila euro per proseguire con l’attività. Ma il fatto è che il sistema avrebbe avuto il capitale per proseguire se le operazioni si fossero presentate nella sequenza nella quale si sono presentate.

 

La domanda da porsi, infatti, è se l’equity line pregressa sia una buona stima di quella futura. Questa volta la risposta è “no”, quindi per sapere se il money management adottato sia effettivamente valido è necessario ipotizzare che le operazioni storiche avrebbero potuto presentarsi anche in un altro ordine, eventualmente con un drawdown più marcato di quello in figura. Nel caso peggiore – assai poco probabile – tutte le perdite avrebbero potuto essere allineate in un’unica sequenza. A quanto avrebbero ammontato, dunque?

 

In questo caso specifico, ventitremilaseicento (l’informazione deriva dal system report della strategia, prodotto dal software di backtesting, Multicharts in questo caso). Va da sé che se una simile sequenza di eventi si fosse manifestata subito all’inizio della storia della strategia si sarebbero finiti i soldi prima di poter beneficiare degli utili successivi. Ecco perché il money management e lo studio dell’applicazione storica del money management sono così importanti.

 

Nella peggiore delle ipotesi, infatti, sarebbe stato necessario disporre di circa trentatremilaseicento euro sul conto per poter beneficiare fino alla fine del sistema: dopo la fase di drawdown, infatti, sarebbero rimasti sul conto i diecimila euro con cui effettuare la prima di una lunga serie di operazioni positive, che avrebbero portato alla fine il conto corrente ad un saldo positivo di circa trentacinquemila.

 

Cosa sarebbe successo adottando un differente criterio di money management? Ne parliamo in un prossimo articolo.

 

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