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Packaging italiano: un’industria “controvento” PARTE 1 DI 2

Packaging italiano: un’industria “controvento” PARTE 1 DI 2

Pubblicato Mer 25 Novembre 2020 - 16:05 da Ilaria Ferrari Tag: Borsa

“Controvento. Il Paese in realtà non è fermo”è un’interessante ricerca di Nomisma e CRIF, i cui risultati sono stati presentati nel maggio di quest’anno (https://www.nomisma.it/presentazione-ricerca-controvento/?cn-reloaded=1).

 

L’idea di base su cui si fonda la ricerca, condotta ante Coronavirus, è che la stagnazione del PIL italiano a cui abbiamo assistito negli ultimi anni sia la risultante di un Paese che si muove a doppia velocità: ci sono comparti e singole imprese che macinano risultati straordinari e, pur rappresentando una minoranza, trainano il resto dell’economia italiana che è invece molto debole.

 

A partire dal campione di 71.115 aziende manifatturiere italiane con fatturato superiore al milione di euro, è stato ricavato un gruppo ristretto di 4.829 imprese in grado di navigare “controvento”. Per far parte di questo gruppo, le aziende dovevano mostrare delle performance pari o superiori alla media manifatturiera in relazione a ricavi, EBITDA (margine operativo lordo) e valore aggiunto.

 

Il risultato è un insieme di imprese con un’evidente e notevole capacità di traino: pur rappresentando il 6,8% delle imprese manifatturiere e generando il 7,7% dei ricavi, danno luogo al 18,8% dell’EBITDA e al 12,3% del valore aggiunto della manifattura italiana.

 

Il capo economista di Nomisma Lucio Poma dà una chiave di lettura molto chiara di questi dati: “Il Paese sta attraversando un processo di rottura tecnologica, iniziato già da anni, e le imprese che hanno saputo cogliere l’innovazione (le aziende “controvento”) sono quelle che vanno a un ritmo più veloce, a prescindere dalla loro grandezza”.

 

L’indagine ha inoltre evidenziato la maggiore propensione ad essere “controvento” delle aziende appartenenti ad alcuni settori, identificati pertanto come “settori vincenti”. In questa categoria rientra il settore del packaging, trainato non tanto da un numero elevato di aziende “controvento”, quanto piuttosto da poche aziende “controvento” di grandi dimensioni (oltre 500 addetti).

 

Il settore dei produttori delle macchine per il packaging a livello mondiale ha un giro d’affari stimato superiore ai 45 miliardi nel 2019. Negli ultimi cinque anni il tasso di crescita medio annuo composto è stato del 5,2%.

 

L’Italia è da un paio d’anni leader mondiale all’interno di questo settore, con una produzione vicina agli 8 miliardi (raddoppiata dal 2008).

 

Il Centro Studi MECS-Confindustria Ucima prevede un notevole calo del mercato mondiale nel 2020 (meno 9 miliardi), seguito, però, da una risalita rapida e costante che dovrebbe portare il comparto a ritornare sui livelli di fatturato di fine 2019 nel giro di 4-5 anni.

 

Delineate le potenzialità del settore, passiamo quindi in rapida rassegna le aziende del packaging italiano quotate sull’MTA, mentre rimandiamo al prossimo articolo per l’analisi dei titoli packaging presenti sull’AIM Italia.

 

IMA

Non si può non partire da IMA, che nel giro di meno di dieci anni è passata dall’essere il fiore all’occhiello della packaging valley che si stende lungo la via Emilia a leader mondiale nella progettazione e produzione di macchine automatiche per il processo e il confezionamento di prodotti farmaceutici, cosmetici, alimentari, tè e caffè.

IMA fa certamente parte del ristretto gruppo di aziende che con i loro risultati straordinari trainano il resto dell’economia italiana: ricavi, EBITDA, EBIT, utile netto in costante crescita negli ultimi cinque anni e ROE mai inferiore al 25%.

 

 

Il Gruppo IMA si è dimostrato resiliente alla crisi sanitaria legata al Coronavirus, chiudendo i primi nove mesi del 2020 con ricavi consolidati pari a 1.015,8 milioni di euro (in lieve aumento rispetto ai 1.008,3 milioni al 30 settembre 2019), un EBITDA di 144,6 milioni di euro (126,2 milioni al 30 settembre 2019) e un EBIT a 75,2 milioni di euro (71,9 milioni al 30 settembre 2019).

Nel luglio di quest’anno IMA ha annunciato un importante riassetto societario, che ha visto l’ingresso nel capitale del fondo di private equity BC Partners, con l’obiettivo di diventare più internazionale e di compiere un ulteriore salto dimensionale.

L’operazione si sta per concludere con un’OPA a 68 euro per azione (premio del 26,3% rispetto alla media del prezzo dell’azione nel mese precedente all’annuncio, per buona parte incassato da chi segue il portafoglio breakout dell’Indipendente di Borsa) e il delisting della società, dopo 25 anni di onorata carriera in Piazza Affari.

 

PIOVAN

Piovan Group è leader mondiale nella fornitura di apparecchiature ausiliarie, soluzioni ingegneristiche e servizi per l’industria della plastica. Serve un’ampia gamma di mercati finali, tra cui quello del packaging, il quale dà origine al 32,8% dei ricavi del Gruppo.

Piovan sta perseguendo una strategia di crescita basata sia sull’espansione organica sia attraverso operazioni di M&A di imprese tecnologicamente all’avanguardia. L’ultima acquisizione è di poco più di un mese fa: Doteco, azienda modenese attiva nelle tecnologie per la dosatura dei film plastici.

Anche nel caso di Piovan, sebbene le dimensioni siano ben diverse da quelle di IMA, parliamo di un’eccellenza del settore: negli ultimi cinque anni i ricavi sono cresciuti a un tasso medio annuo del 6%, l’EBITDA del 4%, l’utile netto addirittura dell’8%. Il ROE è letteralmente da capogiro: ha oscillato tra il 30% e il 55%.

 

 

Nei primi nove mesi del 2020 i ricavi consolidati si sono attestati a 152,3 milioni di euro, in calo del 9,5% rispetto al corrispondente periodo 2019. EBITDA e EBIT sono cresciuti rispettivamente del 3,3% e dello 0,9%. Al contrario, l’utile netto è in flessione a 10,5 milioni di euro, rispetto agli 11,7 milioni di euro del 30 settembre 2019.

Sulla base di questi numeri, insieme all'importante acquisizione di Doteco, il management di Piovan si attende una chiusura dell’anno in positivo e una ripresa nel 2021.

L’azienda è quotata a Piazza Affari da poco più di due anni. Il titolo al momento si trova oltre il 40% al di sotto del prezzo di collocamento e, secondo un modello di valutazione DCF, ha un potenziale di upside attorno al 17%.

In sintesi, si tratta sicuramente di un titolo interessante dal punto di vista dei fondamentali, ma la cautela è d’obbligo. In primo luogo perché da inizio luglio il titolo è in fase laterale e al momento all’orizzonte non si vedono segnali al rialzo, in secondo luogo perché il titolo è sottile: il controvalore mensile scambiato è stabilmente sotto i 3 milioni di euro.

 



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