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MPS, Unicredit e MEF: è davvero la fine oppure è il nostro Squid Game?

MPS, Unicredit e MEF: è davvero la fine oppure è il nostro Squid Game?

Pubblicato Dom 24 Ottobre 2021 - 21:50 da Stefano Bonini Tag: Borsa

Squid Game è l'ultimo megahit di Netflix che vale quasi 900 milioni di dollari per il gigante dello streaming.

 

Il thriller horror è salito rapidamente nei titoli dei giornali fin dal suo debutto e si colloca al primo posto in diversi Paesi, inclusa l’Italia.

 

Lo spettacolo sudcoreano coinvolge soggetti fortemente indebitate che competono in giochi per bambini per cercare di guadagnare il montepremi finale usando abilità, strategia e creando accordi con altri soggetti.

 

Le trattative tra Unicredit e il Tesoro per gestire l’indebitata MPS sono arrivate al capolinea, dopo l’anticipazione di stampa ieri.

 

Frequento ormai da troppo tempo il mondo finanziario, e quello bancario in particolare, per credere che Andrea Orcel - uomo navigato -  non abbia capito fin da subito quali fossero le leve giuste da muovere con il MEF, soprattutto in un panorama politico cosi teso come quello attuale italiano.

 

All’interno della maggioranza ci sono forze che si sono sempre dichiarate a favore di un terzo polo, cioè aggregare MPS con istituti del territorio per creare un nuovo soggetto alternativo al duopolio Intesa-Unicredit.

 

IntesaSanPaolo per non trovarsi nel gioco MPS si è affrettata a comprare UBI Banca e Unicredit come contromossa ha preso Orcel, banchiere internazionale esperto in M&A.

 

Secondo tutti i principali quotidiani Unicredit avrebbe alzato sempre di più l’asticella nei confronti del MEF fino ad arrivare allo strappo.

 

Di fatto il classico modus operandi del gentlemen (un po’ dandy) che non lascia mai una donna, ma crea le condizioni per farsi lasciare.

 

Da comunicato ufficiale, alla base della rottura il pacchetto di ricapitalizzazione del valore di oltre 7 miliardi di euro giudicato dal MEF troppo punitivo per i contribuenti.

 

Non dimentichiamo che come contraltare di Orcel abbiamo Draghi, non il primo politico di provincia, che deve affrontare il problema Europa.

 

Il 31 dicembre di quest’anno è la data ultima fissata dall’Europa per l’uscita dello Stato italiano dal capitale dell’istituto senese.

 

Che l’accoppiata Orcel-Draghi abbia creato un po’ di rumore e fumo per garantirsi l’incidente controllato e perseguire i due veri loro obiettivi?

 

Come dico ai mie studenti, in finanza ogni cosa ha un costo, un prezzo e non esistono le coincidenze: ieri in contemporanea con lo scoop Reuters della possibile rottura dei negoziati, Standard&Poor’s ha confermato il rating dell’Italia, con outlook positivo.

 

All’interno del report dell’agenzia di rating poi c’era proprio un capitolo dedicato a MPS, che evidenzia come un accordo con altro istituto bancario richiederebbe un significativo apporto di capitale da parte dello Stato italiano, rappresentando un potenziale rischio fiscale.

 

Nelle stesse ore in cui le due notizie stavano per divenire pubbliche, al Consiglio Europeo il presidente del Consiglio, Mario Draghi incontrava il presidente francese, Emmanuel Macron.

 

Di cosa hanno parlato?

 

Ovviamente non possiamo saperlo con certezza, però qualche idea possiamo azzardarla, visto che con l’uscita di scena della Merkel al momento i due sono i soggetti forti dell’Europa.

 

La possibilità che l’Italia chieda all’Europa una deroga alla scadenza del 31 dicembre, al fine di studiare una soluzione alternativa a Unicredit che non penalizzi le casse statali e quindi i contribuenti.

 

Un certo ruolo della francese AXA, già molto legata a MPS, nella creazione del famoso terzo polo bancario italiano.

 

Cosa succederà da domani ai titoli finanziari in borsa?

 

Possiamo immaginare che in un primo momento ci possa essere una flessione a seguito dello strappo, ma quando Unicredit mostrerà le sue vere intenzioni (BancoBPM) allora dovrebbe esserci una inversione di tendenza.



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